Si fa presto a dire Brexit…

Si fa presto a dire Brexit…

di Marco Varvello, corrispondente Rai a Londra

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Qualche giorno fa il sito di BBC News ha titolato “The biggest News story since the fall of the Berlin wall”. Non credo comunque che nemmeno nelle loro più ambiziose manie di grandezza i nostri colleghi inglesi volessero davvero paragonare la Brexit con l’evento che ha messo fine alla Guerra fredda, alla divisione d’Europa, aprendo le porte alla globalizzazione del mondo, con le sue opportunità e i suoi rischi. Difficile pensare insomma che questa Brexit infinita, strisciante e singhiozzante possa avere sulla storia mondiale l’impatto di quel muro di Berlino sfondato in pochi giorni, buttato giù a colpi di indignazione popolare, montata in decenni di repressione politica e sociale dietro la cortina di ferro. Credo però che i colleghi BBC abbiano colto nel segno per quanto riguarda proprio noi giornalisti e soprattutto noi corrispondenti esteri dal Regno Unito. Brexit è davvero “the biggest News story” britannica della storia recente. Una vicenda epocale, che seguiamo tutti con sconcerto, preoccupati per le conseguenze sulle nostre vite di Italiani di Inghilterra. Fonte di infiniti servizi televisivi e radiofonici, di articoli di giornale e di contributi sul Web. Storia infinita e impazzita da fine novembre, quando Theresa May ha tagliato corto con le indecisioni dei Brexiteers nel suo partito e nel suo governo, firmando l’accordo di uscita con i vertici europei. Salvo accorgersi poi di avere fatto il passo più lungo della gamba. L’accordo non passa. Il Parlamento non ratifica, lo boccia tre volte. Costringe la Premier all’umiliante processione di viaggi a Bruxelles per chiedere ripetuti rinvii. Nessuno vuole uscire al buio, senza accordo. Cliff edge, caos alle dogane, danni pesantissimi per gli approvvigionamenti, soprattutto di alimentari e medicinali. Interruzione della catena produttiva di tanti settori industriali, a cominciare dalle fabbriche di automobili. Se ci avete fatto caso, sono scomparsi coloro che avevano gridato allo “Scaremongering” ai tempi della campagna referendaria. Condotta così trionfalmente da ignorare la realtà.

Uno dei commenti più intelligenti su quanto sta accadendo lo ha scritto sul Financial Times Robert Shrimsley: “The reason so many hate the prime minister’s deal is that it shows the perfect Brexit does not exist”. La realtà ha smascherato la “fantasy Brexit” di chi crede ancora oggi di poter uscire senza danni dal mercato unico europeo dopo quasi mezzo secolo. E magari incolpano la debolezza negoziale della May e un presunto atteggiamento vendicativo di Bruxelles per quanto sta accadendo. La verità invece segue la realtà delle cose. E si sta facendo strada lentamente ma inesorabilmente nelle convulsioni politiche di queste settimane.

Si fa presto a dire Brexit. Per uscire dall’Unione non basta salutare più o meno educatamente, spegnere la luce e chiudersi la porta alle spalle. Non funziona così. Basta chiedere ai lavoratori di Sunderland, che votarono a stragrande maggioranza per uscire. Nessuno si era ricordato che la Nissan, maggiore fabbrica della zona, fa parte del gruppo Renault e dunque gran parte dei semilavorati arriva dalla Francia. Non stupisce che la produzione di nuovi modelli sia già stata annullata e trasferita alla casa madre in Giappone. Si fa presto a dire Brexit quando il confine di terra in Irlanda rischia di tornare a dividere comunità lacerate da decenni di guerra civile e pacificate solo nel 1998. Per non parlare della finanza della City di Londra, della ricerca, delle Università.

Falsa anche la retorica di chi vede nell’Unione europea una gabbia che impedisce ai liberi popoli sovrani di uscirne. In realtà se un Paese dell’Unione vuole andarsene ne ha facoltà. Lo prevede il famoso art.50 del Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009. Ma uscirne senza danni, almeno economici, è un po’ più complicato, anche per un Regno Unito che aveva sempre avuto un piede dentro e uno fuori. Per questo, dopo il referendum, la politica britannica si è impantanata, i partiti maggiori si sono spaccati, alla Camera dei Comuni si assiste allo spettacolo di bizantinismi sconosciuti alla sua storia parlamentare. La gente lo capisce, il Brexit blues colpisce tutti. Brexit blues:
una espressione che riaffiora carsica nei commenti dei giornali. L’ho usata come titolo del mio libro su questi anni tumultuosi. Non immaginavo sarebbe diventata di uso comune, consacrata in prima pagina persino da un titolo del Financial Times. Ci vorrà tempo, ci vorrà l’occhio lungo degli storici per spiegare questa fase disorientata della vita britannica. Ma già adesso che ci chiediamo ansiosi come andrà a finire siamo già tutti testimoni di una Brexit entrata ormai di fatto nelle nostre vite. Come Europei e Italiani d’Oltremanica grazie alle norme europee abbiamo vissuto un periodo straordinario di libertà di movimento. Abbiamo goduto di una quasi ubiquità tra l’Inghilterra e i nostri Paesi d’origine. Ragazzi che vengono a studiare, che cercano e trovano qualche lavoro che consenta di pagarsi le spese. Imprenditori a caccia di finanziamenti e di opportunità. Artisti con progetti un po’ qui un po’ sul “continente”. Soggiorni e periodi di lavoro più o meno lunghi, senza bisogno di permessi, di visti, di certificati di residenza o di “status” più o meno permanente, più o meno “settled”. Se davvero Brexit diventerà realtà tutto questo apparterrà ad un passato da ricordare con rimpianto. Tutto sarà più difficile.

Ho cominciato il mio primo periodo da corrispondente della RAI a Londra nel 1997. Era l’anno della vittoria elettorale di Tony Blair, la prima volta dei laburisti dopo l’era della Thatcher. Era l’anno della tragica morte della principessa Diana, evento epocale e globale al di là della sua reale portata. Era il tempo della Cool Britannia e del New Labour. Si aprì presto l’anno dell’accordo di pace in Irlanda, il più importante risultato diplomatico nella storia recente del Regno Unito. Ben presto sarebbero arrivati anche gli anni tormentati delle guerre in Afghanistan ed in Iraq. Le mezze bugie di Blair e del suo governo. Le manifestazioni oceaniche di un popolo che sentiva da che parte stava la ragione al di là dello “spinning” dei consiglieri di Downing street. Fui trasferito dalla RAI a Berlino all’inizio del 2006, lasciando una Londra in crescita verticale, come in crescita esponenziale erano i prezzi delle case e della vita. Il Regno Unito europeo, ma non troppo, aveva il meglio dei due mondi. Accesso al mercato unico, voce in capitolo nelle scelte comunitarie, potere di veto e di stare fuori dall’euro e dai trattati che non piacevano. In Germania sperimentai per otto anni l’altro volto dell’Europa comune, quello piu’ austero, burocratico, possente e dirigista della Germania di Angela Merkel. Mai avrei dunque immaginato, tornando a Londra nel 2014, di non dovermi più occupare di principi e principini bensì di due elezioni politiche e due referendum (Scozia e Brexit), che in pochi anni hanno cambiato lo scenario politico e il volto stesso di questo Paese. Molto più degli attentati terroristici. Quelli del 2017 non hanno certo spaventato chi di noi aveva già vissuto l’esperienza delle bombe in metropolitana del 2005. Ma il riaffiorare prepotente della irrisolta questione europea ha davvero stravolto l’immagine di questo Paese.

Brexit è già avvenuta, a prescindere dall’esito finale. Potremo anche avere una Brexit soft oppure rivedere tutto con elezioni politiche e un nuovo referendum. Ma la Brexit ha già fatto danni, ha già seminato i suoi veleni di divisione e rancore. Ha avvelenato la vita civile oltre a quella politica. La Brexit è già avvenuta nel serpeggiante nazionalismo. Magari non è dichiaratamente xenofobo ma certo è insofferente come mai prima verso gli stranieri e gli immigrati. Anche quando sono utili e pagano le tasse. Brexit è già tra noi quando ci guardano con fastidio perché parliamo una lingua diversa. Ha già diviso persone, famiglie, amicizie. Ha già terremotato il quadro politico un tempo stabile, sfasciando entrambi i partiti maggiori, sia quello conservatore che quello laburista. Minando il sistema istituzionale, con il governo che cerca di aggirare il Parlamento e la Camera dei Comuni che tenta di bloccare l’esecutivo. Popolo contro elité, proclama la retorica del referendum tradito. La gente contro il Palazzo. Il blues di Brexit è anche grande nostalgia per Londra città globale, laboratorio di convivenza sociale, etnica e religiosa per oltre otto milioni di persone di tutto il mondo. Che ora rischia di cambiare pelle, tornando ad essere capitale di una Little Britain rinchiusa nel suo passato.

Non avrei mai immaginato insomma di seguire come giornalista tutto questo, quando rientrai a Londra nel 2014. Ne avrei fatto volentieri a meno, anche se Brexit è “the biggest News story since the fall of the Berlin wall”. Speriamo almeno di poterne raccontare un finale meno drammatico delle premesse di questi mesi.

Marco Varvello