Meglio un mondo senza muri

Meglio un mondo senza muri

Marcello Magni ci esorta a stare in guardia

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Anna Magnani ci tenne in sospeso quando venne a Londra.  Era un momento magico per il teatro italiano in Inghilterra. Sembrava che la drammaturgia italiana fosse sul punto di esercitare un ruolo leader sui palcoscenici europei. Arrivavano la Compagnia dei giovani con opere di Pirandello (1965), il Piccolo Teatro di Milano con Il servitore di due padroni di Goldoni (1967), il Teatro di Roma con Napoli notte e giorno di Raffaele Viviani e nel 1969 arrivò anche Anna Magnani con La Lupa di Giovanni Verga.

Ero all’Aldwych Theatre quella sera. Passata l’ora, Il sipario non si alzava. Dieci minuti di ritardo – nessun segno di vita. Quindici, ancora niente. Clapclap di spettatori spazientiti. Niente. Ci aspettavamo la cancellazione. E poi… eccola, la lupa, accasciata tra la paglia come una bestia. Surreale. Forse che il sipario non s’era alzato per dirci che, trasmutatasi in animale, Magnani aveva il diritto di tenersi nascosta per mezz’ora nella sua tana senza essere disturbata? Da brivido.

L’anno dopo la sensazione di trovarsi davanti ad un teatro pieno di sorprese e di grossa potenza espressiva accadde al festival d’Edimburgo davanti all’Orlando Furioso con la regia di Ronconi. Erano formidabili export di cultura che producevano sostanza. Uscivano magnifiche messe in scena in inglese di opere di Eduardo de Filippo, in particolare al National Theatre. Poi toccò a Dario Fo e Franca Rame di dimostrare il lato eretico e mordente del teatro italiano su questioni sociali e politiche. Dopodiché silenzio quasi completo.

Solo oggi al National Theatre si torna a rivedere un’opera di rilievo di un autore italiano, The Lehman Trilogy, di Stefano Massini. Si riparte? Speriamo. In questi ultimi mesi l’Istituto Italiano di Cultura ha dato il via a qualche lettura di opere teatrali con abbinato un minifestival – due giorni di rappresentazioni al Coronet Theatre di Notting Hill. Lì abbiamo visto il work in progress di un attore che la comunità italiana in Inghilterra conosce troppo poco – Marcello Magni. E’ uno che ha lasciato l’Italia quando gli hanno chiuso le porte in faccia – un cervello in fuga. Perché? In un incontro all’Istituto è stato detto che negli ultimi vent’anni la produzione teatrale italiana si è impoverita al punto che la possibilità di creare opere serie e innovative si è quasi ridotta a zero. Non c’è incoraggiamento. Ma non solo: la mediocrità nell’uso del linguaggio è diventato un fenomeno di preoccupante deficienza culturale che influisce sulla comunicazione in genere e sui contenuti. Si veda come messaggi a livello di governo vengono veicolati in chiave di sbracature da bar, come il giornalismo si è fatto pigro, come la critica d’arte si è ridotta a Sgarbi in più di un senso. Non c’è da stupirsi se le aspettative del pubblico sono scese tanto da scoraggiare anche il drammaturgo impegnato, il regista creativo, il produttore disposto al rischio.

In Inghilterra siamo privilegiati di avere tra noi Marcello Magni che ancora ci prova ad inventare spettacoli demanding di cui abbiamo tanto bisogno. Coniuga il teatro dimostrativogestuale con l’arte poetica e poggia su antichissimi schemi di rappresentazione sdoppiata recitando più ruoli. Nel lavoro visto al Coronet si rifà ad un poeta turco del tredicesimo secolo che viaggia a dorso d’asino, Nasreddin Hodja. Sdoppia il personaggio per contrastare contenuti di sempiterna saggezza con l’odierno incubo di leader ignoranti e pericolosi con ambizioni autoritarie che pensano di dividere la società elevando dei muri.

A dorso del suo asino, Magni ci porta davanti al muro costruito da Israele, a quello che vuole Trump al confine col Messico ed anche vicini al muro che tra poco molti Italiani in Inghilterra rischiano di trovarsi davanti quando il computer di una banca o di un ospedale vorrà sapere da che parte stiamo – nella comunità europea o fuori da essa. Il chitarrista al fianco di Magni ad un certo punto intona ‘Vengo anch’io? No, tu no.’

Sarebbe utile poter organizzare una tournée di questo spettacolo attraverso l’intero Regno Unito, anche toccando la comunità italiana di Bedford, Peterborough, Manchester, Edimburgo e renderlo ambasciatore di arte italiana seria e generosa, senza muri e senza confini.

Alfio Bernabei