Basta UK: se ne va un italiano su dieci

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Colpa del Covid e della Brexit

   Basta Londra, basta Gran Bretagna: almeno il 10% degli italiani residenti in UK ha fatto le valigie o è pronto a farle e le cause sono due, Covid e Brexit. Lo segnala un rapporto realizzato dal Manifesto di Londra, un osservatorio progressista indipendente fondato a Londra nel 2017 e diventato associazione sociopolitica nel 2019.

   “In combinazione con l’incertezza causata dal a Brexit, la pandemia – sta costringendo molti italiani residenti nel Regno Unito a riconsiderare i loro piani di vita e mobilità internazionale a medio e lungo termine: invece di rimanere all’interno del paese, si prospettano le possibilità di spostarsi in un altro paese o di tornare in Italia”. 

   Il rapporto è stato fatto sulla base di dati raccolti con un ampio sondaggio online e una serie di interviste e si tratta di dati che parlano chiaro: poco meno di metà dei partecipanti (47%) ha dichiarato di continuare a preferire di vivere nel Regno Unito. Il 12% ha affermato che la pandemia li ha persuasi a decidere di lasciare il Regno Unito mentre prima non intendevano farlo. Il flusso migratorio di ritorno verso l’Italia è di considerevole entità: il 9% dei partecipanti ha indicato di essere già rientrato nel paese d’origine a causa del Covid-19.  

   Questa fotografia  è in linea con alcune stime del Consolato Italiano a Londra, che suggeriscono che dallo scoppio della pandemia alla fine di aprile circa 30.000 italiani (circa il 10% del totale riportato nei dati AIRE) sono rientrati in Italia. 

    L’impatto economico sulla comunità italiana nel Regno Unito è stato pesante. La maggior parte dei soggetti del  campione contattato (a giugno dello scorso anno)  aveva un impiego in febbraio 2020. Un terzo dei partecipanti (34%) ha dichiarato che la propria situazione lavorativa è cambiata a causa della pandemia. Di questi, il 52% è stato messo in furlough (il sistema di cassa integrazione previsto dal governo britannico, tuttora funzionante), mentre il 15% – principalmente lavoratori autonomi – ha sperimentato una drastica diminuzione dell’attività lavorativa. Il 37% ha visto peggiorare la propria situazione economica e il 51% dei partecipanti ha affermato di aver presentato richiesta per qualche forma di sussidio finanziario. Fra coloro che hanno fatto richiesta, il 78% ha beneficiato dei programmi di assistenza economica messi a disposizione dal governo inglese, come lo Universal Credit o il Coronavirus Job Retention Scheme (noto come ‘ furlough scheme’), in particolar modo al ’interno dei settori più colpiti dalla crisi quali l’alberghiero, manifatturiero e costruzioni. 

   L’impatto negativo è stato più significativo sulle persone con contratti precari o da poco arrivati in Regno Unito e in generale sulle persone meno integrate nel contesto socioeconomico del paese. 

   Altro dato significativo: di coloro che si erano rivolti alle autorità mediche durante la prima ondata, quasi la metà (50%) ha giudicato la qualità del servizio medico ricevuto o scarsa o molto scarsa e il 4% non è stato in grado di ricevere aiuto alcuno.

    La combinazione di Covid-19 e Brexit ha generato  uno stato di ansia e sfiducia senza precedenti in relazione alla presente risposta politica e sanitaria del governo britannico. Uno dei partecipanti al sondaggio ha così sintetizzato: “La gestione della pandemia ha aggiunto peso al bagaglio negativo già esistente per via della Brexit. Il rapporto tra i pro e contro del vivere a Londra stanno cambiando a favore del trasferimento in altri paesi europei o del ritorno in Italia.” 

I risultati qui riassunti conducono all’identificazione di alcune importanti lacune nelle politiche migratorie e nei sistemi di assistenza italiano e britannico: 

• Il sostegno agli italiani all’estero è inadeguato e le risorse destinate ad organizzazioni che supportano i cittadini italiani, inclusi i consolati, sono insufficienti; 

• Le misure di welfare messe a disposizione dai governi italiano e britannico in risposta al Covid-19 (‘reddito d’emergenza’, ‘furlough scheme’) presentano delle falle, tali da lasciare molti italiani residenti nel Regno Unito privi di assistenza sociale adeguata; 

• Vi è scarsa consapevolezza, fra i cittadini italiani nel Regno Unito, dei diritti e dei benefici di cui è possibile godere qualora si sia iscritti al registro AIRE; 

• La copertura del servizio sanitario nazionale per i cittadini iscritti al ’AIRE è limitata a 90 giorni come previsto dalla Carta Europea di Assicurazione Sanitaria (EHIC) e copre solo cure d’emergenza, offrendo una copertura inadeguata in tempi di pandemia per gli italiani che sono provvisoriamente rientrati in Italia; 

• Molti italiani rientrati in Italia dal Regno Unito durante la pandemia vi hanno trascorso oltre 180 giorni nel ’anno 2020, con la conseguenza che il tempo precedentemente trascorso sul territorio britannico non varrà ai fini dell’ottenimento del Settled Status. Questo comporta il rischio di non poter raggiungere la soglia dei 5 anni continuativi sul territorio britannico prima che il Pre-Settled Status (la cui durata è 3 anni) scada; 

• Non vi è ancora una rete di assistenza europea che possa sopperire al e mancanze dei singoli stati nazionali. 

Per colmare queste lacune e fornire un adeguato supporto alla comunità italiana e le altre comunità europee in Gran Bretagna nel fronteggiare la doppia crisi di Covid-19 e Brexit, il rapporto ha avanzato una serie di raccomandazioni che potete leggere al sito: https://manifestodilondra.org/.

La Redazione