ci sarà davvero tanto telelavoro nella “nuova normalità”?

ci sarà davvero tanto telelavoro nella “nuova normalità”?

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Il senso della parola “normale” è diventato sicuramente labile con l’avvento dell’epidemia Covid, ma esiste comunque la convinzione che un giorno torneremo almeno “verso” la normalità del lavoro quotidiano.

    La questione aperta è il futuro del WFH-Work From Home, il lavoro da casa. Recepito con grande entusiasmo in un primo momento dal mondo politico e dall’opinione giornalistica, ha permesso per un po’ di pensare che tutto sommato le cose potessero andare avanti “come prima”. La novità non è più fresca, l’ottimismo al riguardo è calato e molte grandi aziende che in un primo momento l’abbracciavano con sollievo cominciano visibilmente a fare marcia indietro. Tra le “neo-scettiche” si trovano pesi massimi come Google, Apple, Amazon, IBM e la potente banca d’affari Goldman Sachs – il cui Presidente ha recentemente definito il WFH “un’aberrazione” da superare. L’elenco cresce di giorno in giorno.

  Anche chi svolge materialmente il lavoro da casa pare indeciso. Molti sondaggi indicano che una semplice maggioranza degli home worker vorrebbe procedere in maniera “ibrida”, un po’ sì e un po’ no, magari con un paio di giorni la settimana a casa e un paio in ufficio. Se l’ufficio fosse una democrazia – per dire – potrebbe forse finire lì: ma è l’azienda che deciderà…

  Il problema, a tanti livelli, ha un nome: sfiducia. Da una parte le aziende semplicemente non riescono a capacitarsi del fatto che, fuori dall’emergenza, i dipendenti possano rendere altrettanto bene anche quando non sono controllati a vista… Ne è prova – belle parole a parte – il crescente successo commerciale di applicativi di monitoraggio a distanza come Hubstaff – che monitorizza l’impiego della tastiera e del mouse – e Sneek, che scatta periodicamente foto dei dipendenti mentre lavorano sul proprio laptop e le ritrasmette ai colleghi. Entrambi hanno visto il giro d’affari più che quadruplicare durante i lockdown.

  Un problema più sottile, meno ovvio, riguarda anche l’erosione “orizzontale” della fiducia tra colleghi. Secondo la ricercatrice Heidi Gardner, di Harvard, l’isolamento fisico implicito nel lavoro da casa “fa sì che sia difficile fidarsi degli altri perché elimina quel flusso di informazioni che rafforza e mantiene il rapporto… Al livello di inconscio, interpretiamo la mancanza di contatto diretto come un segnale di sfiducia”. 

  Il monitoraggio – che in sé già suggerisce la mancanza di fiducia – non può colmare questo vuoto. Secondo la Gardner e un suo collega di Insead, Mark Mortenson, c’è pure un altro problema: la soluzione non funziona. Il dipendente, anziché lavorare per raggiungere un obiettivo, mira invece a soddisfare la semplice “misura” quantitativa, spesso trovando senza particolare difficoltà la maniera di truccarla…

Per i due studiosi, come scrivono sull’Harvard Business Review, l’unica soluzione per il manager è quella di fidarsi – e soprattutto di essere personalmente affidabile: “Più fiducia hanno in te, minore sarà la probabilità che tradiranno la tua di fiducia”.

James Hansen