LE TRE GRAZIE DI CANOVA ALLA RIBALTA

LE TRE GRAZIE DI CANOVA ALLA RIBALTA

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NEL BICENTENARIO DELLO SCULTORE

   Possagno è un paesotto del trevisano che non è in cima alle liste turistiche. In effetti a parte il paesaggio montano non c’è molto da vedere, senonchè giusto in questo paesaggio spicca un imponente tempio neoclassico che non sfigurerebbe sull’Olimpo. Non per nulla Antonio Canova fu chiamato il “nuovo Fidia”. Il grande scultore neoclassico nacque proprio a Possagno nel 1757 e qui pensava di venire sepolto, tanto da disegnare e partecipare alla costruzione di questo tempio che merita una visita. L’occasione potrebbe essere il bicentenario della morte che cade nel 2022.

   Canova, gloria nazionale della scultura come Michelangelo e Bernini, fu molto ammirato anche in vita e fu conteso da molti committenti a cominciare da Napoleone, per quanto l’artista non fosse un suo grande ammiratore, specie dopo la campagna d’Italia e il saccheggio dei capolavori italiani. Canova lavorò soprattutto in Italia, ma come molti connazionali fu attratto dall’Inghilterra e dall’aria libertaria che vi si respirava. 

  Fra l’altro qui fu osannato da due grandi poeti come John Keats e Ugo Foscolo. Quest’ultimo fu specialmente affascinato dal gruppo delle Tre Grazie: …”Forse (o ch’io spero!) artefice di Numi, nuovo meco darai spirto alle Grazie, ch’or di tua man sorgon dal marmo…” Keats invece si produsse in un’estatica Ode to Psyche e se la splendida coppia Amore e Psiche si trova ora al Louvre, benché commissionata dal colonnello inglese Campbell, al Victoria and Albert Museum trionfano appunto le Grazie.  

   Canova non fu un pedissequo imitatore della scultura greca, ma ne fu affascinato e le infuse spirito italico in armonioso connubio con le forme classiche: (vedi la Venere Italica agli Uffizi)  …”ci vuol altro che rubare qua e là da pezzi antichi e raccozzarli assieme senza giudizio, per darsi valore di grande artista. Conviene studiare dì e notte su greci esemplari, investirsi del loro stile, mandarselo in mente, farsene uno proprio coll’aver sempre sott’occhio la bella natura…”

   Tornando al mito delle Grazie, eco romano delle Cariti greche, divinità collegate al culto della Natura e della Vegetazione (che andrebbero rispolverate proprio in questi momenti di revival ecologico e ambientale) la prima versione fu scolpita da Canova tra il 1813 e il 1816 per Josephine  Beauharnais moglie separata di Napoleone, che però morì nel 1814 senza vederle. Quello stesso anno si trovava di passaggio a Roma, per il classico Grand Tour, John Russell, VI Duca di Bedford che si innamorò della fascinosa triade e volle comprarla. Ma il figlio di Josephine, Eugene Beauharnais, non lo permise e se la portò in Francia dove rimase fino alla disfatta di Napoleone, per trasmigrare poi in Russia, dove sono tuttora all’Hermitage di San Pietroburgo.

  Senza demordere, il Duca inglese convinse Canova a farne una replica e nel 1819 le Grazie approdarono a Woburn Abbey nel Bedfordshire, accompagnate dallo stesso scultore che supervisionò la loro trionfale installazione nel Tempio delle Grazie, appositamente eretto nella  maestosa residenza di campagna dall’estasiato Duca. In tale cornice le tre Grazie sono rimaste fino agli anni 80 quando l’ultimo proprietario, marchese di Tavistock, le mise in vendita. Il Duca di Bedford si sarà rivoltato nella tomba, specie quando il gruppo marmoreo fu acquistato dal Getty Museum di Los Angeles.

  Siccome l’Inghiterra sembra che ancora ci tenga ai suoi capolavori, trafugati o no, the ART FUND, organizzazione indipendente finanziata da soci e donazioni, bloccò l’esportazione. E grazie ad un’aggiuntiva campagna pubblicitaria con afflusso di soldi  da altre istituzioni pubbliche e private, le Tre Grazie furono acquistate dal Victoria and Albert Museum di Londra e dalle National Galleries of Scotland. Canova sarebbe orgoglioso della considerazione inglese e nel bicentenario della morte è ancora più appropriato l’omaggio del Foscolo

“Alle Grazie immortali/ le tre di Citerea figlie gemelle/ è sacro il tempio e son d’Amor sorelle/ nate il dì che a’ mortali/ beltà ingegno virtù concesse Giove/ onde perpetua sempre e sempre nuove/ le tre doti celesti/ e più lodate e più modeste ognora/ le Dee serbino al mondo”

Che specie oggi sembra averne molto bisogno.

Margherita CALDERONI