Andrea Sempio - Chiara Poggi - Alberto Stasi
È una storia di cronaca nera – meglio: “true crime” – ormai diventata storia della comunicazione mediatica, del costume e anche del funzionamento della giustizia in Italia. A pochi mesi dalla sconfitta del governo al referendum per la riforma delle carriere delle toghe, il problema della giustizia rimane in primo piano, sotto il profilo dei possibili errori.
di Luigi Spezia
Da un anno a questa parte, in Italia non si legge e vede altro in tv, sui social, sui quotidiani, che il “delitto di Garlasco”, sconosciuto paese in provincia di Pavia pieno di misteri e sospetti che è diventato, secondo quanto scrive su Repubblica il vicedirettore Carlo Bonini “la Twin Peaks padana”. Il paragone con la series cult di David Lynch non è fuori luogo, a cominciare dal fatto che la vittima è una giovane donna, Chiara Poggi, studentessa come Laura Palmer, 24 anni, uccisa in modo violentissimo e orrendo una afosa mattina di agosto nella sua villetta, mentre era sola in casa, massacrata senza pietà con una dozzina di colpi di martello in testa.
Dal momento in cui ci si sveglia al mattino e fino a notte fonda, sul piccolo schermo, in ogni Tg e in ogni programma di approfondimento di ogni rete, ma anche in quelli di puro intrattenimento come la popolarissima Domenica In su Rai 1, non si parla altro che di questo caso (e poi nei bar, nei posti di lavoro ecc.), che manco è recente: il delitto risale al 2007. Dibattiti, ricostruzioni, confronti e scontri a tambur battente con avvocati, giornalisti, carabinieri, ex giudici, consulenti, medici legali, psicologi, esperti più o meno interessati, da quando, più di un anno fa, per la terza volta il caso è stato riaperto. A maggio si è arrivati in effetti a un turning point (presunto, in questa series la prudenza è d’obbligo): i nuovi inquirenti della procura di Pavia – che si sono avvalsi del lavoro investigativo dei carabinieri della squadra Omicidi di Milano – hanno chiesto la revisione del processo che aveva portato in carcere dieci anni fa il fidanzato della vittima, Alberto Stasi, allora laureando alla Bocconi.
Sulla scena del crimine, ora, con il martello in mano, al posto di Alberto è stato messo un altro uomo, un commesso, che nel 2007 aveva 19 anni, Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, Marco.
Dopo mesi di anticipazioni e ipotesi, gli investigatori hanno fatto la discovery: Sempio è accusato di aver ucciso Chiara con odio per esserne stato respinto. Un movente sessuale che rilancia l’interesse perfino morboso – o per altri forse una genuina voglia di giustizia – che questa storia ispira. Intanto in tv e sui social si rincorrono le immagini di schizzi di sangue sui muri della villetta, tutti diventati esperti di impronte digitali, Dna, di profili genetici eccetera. Proprio in questi giorni, si comincia a riflettere sul fenomeno.
Roberto Saviano, popolare scrittore di crime, dice su Repubblica che stiamo osservando un «fenomeno osceno»: la maniacale ossessione per le storie individuali, storie nere, distoglie l’attenzione dalla storia collettiva, dai problemi reali. Gli fa eco la scrittice Concita Di Gregorio, mentre Antonio Polito sul Corriere della Sera punta il dito contro un «populismo giudiziario veicolato dal populismo digitale».
Tutti si sentono di giudicare, un po’ come tutti in Italia si sentono commissari tecnici della Nazionale (oggi in profonda crisi). Si prende partito: o per Stasi o per Sempio.
Le indagini furono fatte così male a suo tempo? Il settimanale Gente ha elencato 47 errori commessi durante le fasi che portarono all’arresto di Stasi. Da parte della procura, dei carabinieri di Pavia (alcuni ora sotto inchiesta) e anche dal Ris, il Reparto scientifico dell’Arma. Confronti e scontri e insulti in tv che non sono affatto finiti con la discovery. In una saga dei misteri spuntano cartelle porno nel computer di entrambi i due indagati; emergono suicidi tentati e riusciti; un santuario vicino a Garlasco viene indicato come luogo di depravazione e pedofilia che chissà se c’entra con questa storia, ma era stato tirato in ballo da un avvocato per sviare i sospetti da Sempio, quest’ultimo personaggio con non pochi problemi comportamentali: nei suoi diari ha scritto di stupri e violenze sulle donne e di satanismo e in alcuni intercettazioni sembra addirittura confessare il delitto parlando tra sé e sé, cosa prontamente smentita dai suoi avvocati. Persona problematica, senza dubbio, ma anche assassino? E ora la famiglia della vittima – che insiste a credere colpevole Stasi, ex fidanzato della figlia ancora in carcere – accusa addirittura i carabinieri di Milano di essersi lasciati «condizionare da contesti poco trasparenti» nell’accusare Sempio. I carabinieri, che dimostrano di voler raddrizzare le mancanze di allora, replicano che «Marco Poggi è ostile nei nostri confronti».
Una series che promette altri colpi di scena. Altro che Twin Peaks.
