Questa puntata apre un trittico di importanti figure di grandi italiani che sono in modi diversi legati tra loro e che hanno frequentato Londra e l’Inghilterra in periodi di poco successivi l’uno all’altro, tra romanticismo e Risorgimento. Vittorio Alfieri (Asti,1749 – Firenze,1803) venne a Londra tre volte, dal 1768 al 1773; Ugo Foscolo vi visse lunghi anni – dal 1816 alla morte nel 1827 – e Giuseppe Mazzini vi trascorse con brevi interruzioni dal 1837 al 1868. Vale sottolineare che Foscolo fu profondamente influenzato dalla poetica di Alfieri e che Mazzini pubblicò a Londra alcune opere di Foscolo rimaste inedite.

Sarà l’aria di questa città che ispira un disperato amor fatale agli italiani. Nemmeno dieci anni dopo la grande attrazione – mai ricambiata – di Giacomo Casanova per la cortigiana svizzera detta “la Charpillon” (vedi La Notizia XXII, n.1), un grande poeta preromantico, autore in seguito di famose tragedie storiche e ispiratore di Foscolo e Leopardi, visse a Londra un’altra intensa e drammatica passione, per giunta per una donna sposata.
Vittorio Alfieri, carattere solitario e sdegnoso, irrequieto e libertario contro tutte le forme di tirannia, smanioso di novità e di azione, grazie all’agiatezza di una famiglia nobile viaggiò in lungo e largo per tutta l’Europa e arrivò a Londra una prima volta nel 1768, ricevendo un’ottima sensazione dell’Inghilterra, come scrive nella sua Vita di Vittorio Alfieri scritta da esso: «Le strade, le osterie, i cavalli, le donne, il benessere universale, la pulizia e comodità delle case benchè piccolissime, il non vi trovare pezzenti (sic), un moto perenne di denaro e d’industria: tutte queste doti uniche di quel fortunato paese mi rapirono l’animo». Ma a rapire nel profondo l’animo, a rischio della sua stessa vita, fu la nobildonna che il piemontese, ancora in cerca della propria vocazione poetica, conobbe la seconda volta che approdò nell’isola, a 22 anni, nel gelido inverno del 1771. Si tratta di lady Penelope Pitt, figlia di Sir George Pitt primo barone Rivers e moglie del visconte Edward Ligonier, nipote di un grande militare, John Ligonier, Commander-in Chief delle forze inglesi. Lei era «una bellissima signora dai cui lacci la mia ritrosa e selvaggia indole mi aveva in un primo momento preservato», scrive l’Alfieri. Ma ben presto – continua – «caddi nella rete e con indicibil furore mi appassionai, che ancora rabbrividisco pensandovi».
L’Alfieri trascorre a Londra un breve periodo di sette mesi, a differenza di quanto fece più tardi Ugo Foscolo, che vi avrebbe vissuto per molti anni fino alla morte. Ma sono mesi assai turbolenti. Il poeta conosce l’amata a casa dell’ambasciatore di Spagna – il principe di Masserano, anche lui piemontese – fino a quando non riesce a vederla «di contrabbando» in casa di lei «con grande rischio di ambedue». A maggio il gelosissimo Lord Ligonier porta Penelope a vivere in una villa di campagna e lei combina subito un incontro clandestino di notte, quando il marito è in città per impegni militari. L’Alfieri arriva a cavallo, entra nella villa da una porta secondaria, credendo di non essere visto. Torna a Londra mentre «fremevo e impazzivo pensando di non vederla per altri due giorni» e per sfogarsi salta le siepi in sella ai suoi fieri cavalli insieme agli amici, ma cade. Rabberciata e fasciata alla meglio la spalla slogata per la caduta, il martedì successivo va col braccio al collo al teatro dell’opera italiana all’Haymarket, nel solito palco dell’amico principe di Masserano, ma qui ha un’amara sorpresa. Sente bussare alla porta del suo palco, si alza e si trova davanti Lord Ligonier. I due escono da teatro e si dirigono a Greenpark dove «in un cantuccio appartato si sguainò senza dir altro le spade». Il marito sapeva tutto di quei viaggi clandestini: «Vuol ella negarmi quanto mi ha confessato la stessa mia moglie?». E l’altro: «Quand’ella lo confessi, nol negherò io». Il marito offeso nota il braccio al collo dell’avversario, chiede se intende battersi, l’Alfieri si butta in avanti lo stesso, «non cercavo altro che di farmi ammazzare». Viene colpito al braccio sano. Il marito, soddisfatto, se ne va. Lui usa i denti per annodarsi un fazzoletto alla ferita.
Come se nulla fosse, percorrendo il Pall Mall, il poeta rientra a teatro e all’ambasciatore racconta di essere andato a fare un giretto. In stato di agitazione, pensa di rifugiarsi a casa della cognata di Penelope, dove trova proprio Penelope, già ripudiata da Ligonier. La donna gli racconta che il marito aveva messo un servo a sorvegliare la porta secondaria della villa e aveva così scoperto la tresca. L’Alfieri si mette anche a spiegare la differenza tra la gelosia inglese e l’italiana: «Ogni lettore italiano sta aspettando pugnali, veleni, battiture, carcerazione della moglie. Nulla di questo. L’inglese marito, ancorchè adorasse la moglie, non perde tempo in minacce. Il marito subito chiese il divorzio».
La storia finisce in festa con «un disinganno orribile». La donna comincia a mostarsi diffidente verso l’amante italiano, non crede che l’Alfieri la voglia veramente sposare fino a quando gli rivela: «Io ho amato prima di te un palafreniere che sta in casa di mio marito». Il palafreniere è l’uomo che aveva scoperto la tresca e fatto la spia al marito, anche per vendicare sè stesso. L’Alfieri se ne va sconvolto dalla rivelazione, «bestemmiando e gemendo e ruggendo e in mezzo a tant’ira e dolore e amando pur sempre perdutamente» quella donna che per la vergogna riparerà in Francia, mentre il marito proseguirà il processo di divorzio contro l’Alfieri (ma non contro il palafreniere). E tuttavia il poeta riconosce che Lord Ligonier alla fin fine non l’aveva trattato male: «Non mi volle uccidere nè multare secondo le leggi di quel Paese, dove ogni offesa ha la sua tariffa e le corna l’hanno altissima». Dopo tutta questa «feroce burrasca» il grande tragediografo salpa per l’Olanda. Sempre errabondo, tornerà in Inghilterra due anni dopo «unicamente per comprarvi cavalli».
Luigi Spezia
