Giuseppe Mazzini

Giuseppe Mazzini trascorse periodi molto lunghi a Londra da esule, fuggito dall’Italia attraverso Svizzera e Francia per sfuggire alla polizia austro-ungarica che lo perseguitava a causa del suo pensiero e dell’impegno a favore della libertà dell’Italia.
Uno dei personaggi più emblematici del nostro Risorgimento giunse a Londra il 12 gennaio del 1837, l’anno in cui ascese al trono la regina Vittoria. Questa fu la sua prima impressione di italiano pieno di stupore per il nuovo ambiente: «La città tutta, con le sue case di mattoni di colore affumicato e scuro, pare una cosa fantasmagorica…le contrade sono vaste, eterne, regolari…le botteghe mi paiono bellissime. Un solo inconveniente v’è: il caro prezzo di tutto». Già qui compare uno dei seri problemi che hanno accompagnato il Nostro nel suo lungo soggiorno londinese, durato con alcune interruzioni fino al 1868: la lotta contro le ristrettezze economiche, nonostante gli invii di denaro da parte dei genitori da Genova, i prestiti, le collaborazioni a riviste, ma molto diradate. Tuttavia, una delle cause della sua vita di pura sussistenza non era solo il carovita inglese, ma anche la sua innata generosità umana e politica: se poteva, anche a costo di rivolgersi al monte dei pegni, offriva denaro ai tanti esuli italiani che gli chiedevano aiuto e se la passavano peggio di lui. La sua condizione economica lo portò a condividere un’amara considerazione sull’Inghilterra, nei primi anni di permanenza: «Paese singolare è questo, dove, se chiedete occupazione, ma mostrando averne urgente bisogno, correte rischio di essere rifiutato, perché il denaro solo chiama il denaro».
A parte questo, dalle numerose cronache risulta comunque che a Londra Mazzini, nonostante il suo essere un repubblicano nella terra di una storica e indiscussa monarchia, ricevette nel tempo molta benevolenza, rispetto e considerazione, anche da parte dell’aristocrazia, nonostante lui continuasse a influenzare il movimento rivoluzionario democratico in Italia e in Europa. Da questo punto di vista, ci fu l’episodio centrale, di svolta, della sua vita londinese. Era il giugno 1844 quando il suo nome si impose improvvisamente all’attenzione di tutta l’Inghilterra. Mazzini, il giornalista inglese W.J. Linton e un polacco, presentarono una petizione alla Camera dei Comuni, nella quale dichiararono che le loro lettere erano state aperte dall’Ufficio centrale delle Poste di Londra. Per l’importanza che la mentalità inglese dà alla privacy ed essendo Mazzini un esule da proteggere, una tale denuncia ebbe un impatto straordinario.
Già dall’anno precedente il patriota italiano aveva avuto da un impiegato postale l’avvertimento che le sue lettere venivano aperte. Ma il modesto impiegato non se la sentì di testimoniare e si dovettero cercare altre prove. Fu l’ingegnoso Linton, giornalista repubblicano e un abile incisore, a scoprire la soluzione. Conosceva Mazzini da tempo e si accorse di una cosa strana tirando fuori di tasca una lettera destinata all’esule e che avrebbe dovuto consegnargli. Le lettere venivano chiuse allora con la ceralacca e Linton si accorse che il calore aveva fatto sciogliere la cera del timbro. Dopo una breve riflessione, questo divenne l’indizio che portava direttamente all’attività di controllo della polizia inglese. Gli agenti ricalcavano l’impronta del sigillo, prima di romperlo per aprire la busta e leggerne il contenuto. Alla fine, facevano sciogliere altra cera e ricostruivano il timbro originale spezzato. Ci volevano due ore per compiere l’operazione. Mazzini preparò ingegnosamente una trappola per incastrare la polizia segreta.
Spedì due lettere a uno stesso indirizzo, una con mittente lui stesso, l’altra con un nome inventato. La trappola riuscì a perfezione: la lettera con il suo nome arrivò a destinazione con due ore di ritardo. Provò poi ancora a spedire lettere con sabbia dentro o con capelli sotto il sigillo e quando arrivarono mancavano l’una o gli altri. Erano le prove della manipolazione. Un deputato, Thomas Slings, aristocratico ben disposto per le cause popolari, presentò la petizione ai Comuni, mentre Lord Radnor se ne occupò alla Camera dei Lord. Fino ad allora quasi nessuno conosceva Mazzini e Lord Radnor, per renderne fama al pubblico, illustrò una delle sue più interessanti attività: la creazione di una scuola gratuita oer i poveri da lui creata nella capitale inglese anni prima. Il Times scrisse: «La questione delle lettere aperte riguarda i diritti costituzionali, noi non sappiamo nulla di Mazzini e non ci importa di lui. Può essere la più spregevole creatura del mondo, ma non è una buona ragione per aprire e leggere la sua corrispondenza».

Ne nacque un vero scandalo, con l’intervento anche del famoso scrittore Thomas Carlyle: Mazzini già da tempo lo frequentava, era un sincero amico suo e soprattutto della moglie Jean, che gli aveva presentato nientemeno che Charles Darwin.
Da quel momento il patriota italiano fu circondato da un’aura quasi mitica. La scuola che aveva fondato era stata finanziata da personaggi importanti, come Lady Byron, che ora, dopo l’exploit della questione della posta, volle incontrare Mazzini di persona. Lo aiutarono Charles Dickens e la nobildonna Emily Ashurst, che gli fu amica per molti anni anche se, nonostante queste importanti conoscenze, Mazzini era sempre costretto a cambiare abitazione, per scrollarsi di dosso seccatori e controlli di polizia. Oltre alla scuola per poveri, il creatore della Giovane Italia e della Giovane Europa legò il suo nome ad un’altra iniziativa, The People’s International League, che venne inaugurata con un comizio pubblico al Crown and Anchor cui parteciparono duemila persone. Nel 1848 lasciò l’Inghilterra e nel marzo del ’49 a Roma divenne uno dei tre triumviri della Repubblica Romana con Saffi e Armellini. Tornò a Londra e nel 1851 creò un’altra associazione, la Friends of Italy e da quel momento venne sempre soprannominato “il triumviro”.
Fra le febbrili attività che Mazzini svolse a Londra va ricordato un omaggio che fece a un altro grande italiano che aveva vissuto e sofferto lungo le sponde del Tamigi, Ugo Foscolo. Volle dare alle stampe un commento a Dante scoperto casualmente in un manoscritto in una libreria londinese. Un commento che però era stato interrotto dal poeta dei Sepolcri e così sembra che sia stato Mazzini stesso a completarlo.
