Che fa in Italia un governo quando teme di perdere il prossimo appuntamento con le urne? Cambia la legge elettorale, lasciando che le opposizioni strepitino e sostenendo che è una mossa disinteressata in vista di una maggiore stabilità politica.
Con le elezioni per il rinnovo del parlamento in calendario per l’anno prossimo, il governo di destra con a capo Giorgia Meloni – al potere dal 2022 – non sembra da meno e procede ad una drastica riforma del sistema di votazione.
Dunque nulla di sostanzialmente nuovo se non fosse che questa volta la maggioranza ha messo mano anche alle modalità elettorali all’estero compattando le circoscrizioni.
Finora la Circoscrizione estero è suddivisa in quattro ripartizioni: Europa, compresi i territori asiatici della federazione russa e della Turchia; America meridionale; America settentrionale e centrale; Africa, Asia, Oceania e Antartide.
Per ognuna della ripartizione i partiti e movimenti presentato candidati che possono essere considerati quindi espressione di quella stessa ripartizione.
L’Europa (ci rientra ovviamente anche il Regno Unito malgrado la Brexit) elegge tre deputati e un senatore, l’America Settentrionale e Centrale due deputati e un senatore, idem l’America Meridionale mentre Africa, Asia, Oceania e Antartide portano in parlamento un deputato e un senatore.
Con la controversa riforma già approvata dalla Camera le ripartizioni per la Camera dei Deputati si riducono a due: Europa e resto del mondo. Al Senato viene addirittura istituito un collegio unico mondiale. Quindi in teoria potrebbero essere eletti quattro senatori che vivono in un’unica zona geografica e di sicuro viene allentato il rapporto dei deputati extra-Europa con il loro territorio di residenza. Ci sarebbe cioè meno rappresentatività.
È una riforma che ha un senso?
La maggioranza ha motivato l’intervento con la necessità di adeguare il sistema al taglio del numero dei parlamentari eletti all’estero, che con una legge del 2020 sono stati ridotti da 18 a 12. “La riduzione dei parlamentari ha purtroppo ridotto la rappresentanza e trasformato le ripartizioni da proporzionali a maggioritari uninominali. In questo momento non c’è uguaglianza di rappresentanza”, ha spiegato il relatore Angelo Rossi (FdI), sostenendo che la riforma punta a riequilibrare il peso del voto degli italiani residenti all’estero.
La riforma è stata difesa a spada tratta da Andrea Di Giuseppe: “Il mondo – ha dichiarato il deputato di Fratelli d’Italia eletto nella circoscrizione Estero – non è troppo grande per un parlamentare. È troppo grande soltanto per un parlamentare organizzato troppo in piccolo. La nuova legge elettorale non allontana gli elettori dai loro rappresentanti: alza semplicemente il livello di responsabilità richiesto a chi vuole rappresentare gli italiani nel mondo. La considero questa una scelta giusta e coerente con i tempi. Da imprenditore non ho mai pensato che un mercato fosse troppo grande da seguire: ho costruito una squadra capace di essere presente, ascoltare e intervenire ovunque fosse necessario. La politica dovrebbe fare lo stesso”.
Di segno opposto i commenti del partito democratico (PD) e delle altre forze dell’opposizione.
“Siamo sconcertati ma, purtroppo, non sorpresi. L’intenzione è evidentemente quella – ha denunciato Luciano Vecchi, Responsabile per gli italiani nel Mondo del PD – di eliminare ogni possibile rappresentanza territoriale, particolarmente ai danni delle Comunità che vivono nell’America settentrionale e centrale e in Asia, Africa e Oceania e di impedire ai connazionali all’estero di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento (magari per ‘paracadutare’ qualcuno che non ha trovato posto nelle liste in Italia)”.
A detta di Vecchi “per le destre italiane” gli italiani all’estero “sono una ‘minaccia’ da rimuovere. Per il Partito Democratico sono cittadini titolari di diritti e doveri e una risorsa imprescindibile per il presente e il futuro dell’Italia”. “Chiediamo alle Comunità italiane nel Mondo di fare sentire con forza la propria voce contro il gravissimo tentativo di escluderle dalla vita nazionale”, ha spronato il parlamentare PD e in effetti qualche Comites (in primis quello australiano) e parecchi rappresentanti del Consiglio Generale degli Italiani all’estero (CGIE) hanno fatti prontamente proprie le accuse del PD.
Durissimo anche lo scontro tra maggioranza e opposizione sul resto della riforma elettorale che prevede un grosso e controverso premio in termini di deputati e senatori per la coalizione vincente se essa supera il 42% dei voti e impone alle coalizioni designare in anticipo un candidato premier.
Tenendo conto delle tante discutibilissime riforme elettorali imposte dalle maggioranze di turno con maggioranza semplice (basta il 50% più uno dei voti) viene da chiedersi come mai il sistema elettorale, e cioe’ le regole di gioco basiche della democrazia, non sia oggetto di un articolo della Costituzione in modo da modificarlo non dal governo di turno ma soltanto con una maggioranza parlamentare di due terzi o via referendum popolare.
