Volete una separazione netta tra i magistrati che indagano e quelli che giudicano? Per i comuni mortali, alle prese nella Penisola con una giustizia che semplicemente non funziona o funziona male, la questione sembra di lana caprina ma tant’è: su questa riforma gli italiani, anche quelli all’estero, che ancora una volta votano per posta, sono chiamati a pronunciarsi tramite un referendum costituzionale in calendario per il 22 e 23 marzo.
Il fronte del sì alla riforma (i partiti di centro-destra che l’hanno approvata) sostengono che il povero italiano della strada ne avrà dei benefici dalla separazione delle carriere in magistratura mentre il fronte del no (gran parte delle forze di centro-sinistra) ci vedono un primo passo per mettere la magistratura inquirente sotto il controllo del governo e non vi intravedono nessuna reale o potenziale miglioria per l’amministrazione della giustizia.
Avrà ragione la premier Giorgia Meloni che parla di “riforma storica” o la leader del partito democratico Elly Schlein che la giudica invece un attentato alla democrazia perché’ punta a smantellare l’indipendenza della magistratura? A voi l’ardua sentenza (non è nemmeno escluso che abbiano entrambe torto…).
La controversa riforma è stata approvata in via definitiva dal parlamento lo scorso 30 ottobre ma con una maggioranza inferiore ai due terzi e si è reso quindi necessario – si tratta di una modifica alla Costituzione – un referendum confermativo senza quorum (e sembra scontato che alle urne ci andrà meno del 50% degli aventi diritto).
Per quanto riguarda il contenuto, sappiate che tra le due opposte scuole di pensiero (Meloni e Schlein) si posiziona la maggioranza degli esperti indipendenti: non prevedono alcun beneficio concreto per i mortali cittadini alle prese con il moloch giustizia e sospettano che si tratti di un regolamento dei conti tra due poteri – l’esecutivo e il giudiziario – da almeno una quarantina d’anni l’un contro l’altro armato. Con la riforma il governo Meloni sembra voler dare una bella regolata alla magistratura, in modo che non disturbi o disturbi meno il manovratore e cioè i politici.
Di sicuro la modifica costituzionale segna una svolta significativa nell’ossatura dell’ordinamento giudiziario italiano, introducendo cambiamenti strutturali profondi volti a separare le carriere dei magistrati e a ridefinire il ruolo del Consiglio superiore della magistratura (CSM).
Il cuore della riforma risiede nella netta distinzione tra magistrati giudicanti e magistrati inquirenti che almeno a parole mira a garantire una maggiore autonomia e specializzazione di ciascuna funzione, e prevede la creazione di due distinti organi di autogoverno: il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente. Ciascuno di questi organismi sarà responsabile per la gestione delle assunzioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e attribuzione delle funzioni per i magistrati di competenza.
Dal punto di vista operativo, i due nuovi CSM saranno presieduti dal Presidente della Repubblica e includeranno membri nominati – per quanto riguarda la quota togati – tramite un meccanismo innovativo che ha sconcertato non pochi: il sorteggio. Così da spezzare le reni alle varie correnti politiche in seno alla magistratura. Per un terzo, i componenti saranno selezionati da un elenco di professori universitari e avvocati con almeno quindici anni di esperienza, stilato dal Parlamento (quindi nomine partitiche…). Gli altri due terzi saranno estratti tra i magistrati giudicanti o richiedenti, a seconda dell’organo di riferimento.
Altra novità di grosso rilievo: la creazione dell’Alta Corte disciplinare, organo indipendente con competenza esclusiva sulle questioni disciplinari che riguardano magistrati giudicanti e richiedenti. Sarà composta da 15 giudici, selezionati attraverso un sistema misto: parte sarà nominata dal Presidente della Repubblica tra esperti in materie giuridiche, parte sorteggiata tra professionisti qualificati e magistrati con esperienza decennale.
