Nel Regno Unito si vota sostanzialmente con lo stesso sistema elettorale dalla fine del diciannovesimo secolo, in Francia dal 1958 (nascita della Quinta Repubblica) e in Germania (se si escludono alcune migliorie) dal 1949. In Italia invece dal 1946 ad oggi il voto per l’elezione del parlamento è già stato cambiato (rivoluzionato sarebbe la parola esatta) cinque volte e il governo Meloni è al lavoro per un sesto ribaltone, in modo da avere maggiori probabilità di vittoria alla prossima chiamata alle urne.
Dal 1946 al 1993 è stato in vigore nella Penisola il proporzionale classico e poi sono stati tentati il misto proporzionale-maggioritario (1993-2005, chiamato Mattarellum), il proporzionale con premio di maggioranza (2005-2015, il cosiddetto Porcellum, schifato persino dai suoi ideatori), il proporzionale con premio di maggioranza e sbarramento (2015-2017, Rosatellum) e una nuova versione di Misto proporzionale-maggioritario (dal 2017 ad oggi). Adesso sembra all’orizzonte quello che è stato prontamente denominato, dal cognome della premier in carica, il Meloncellum.
Di una nuova legge elettorale (la vergogna della democrazia italiana è che la si possa cambiare con la maggioranza semplice, lasciando che le opposizioni sbraitino a vuoto quando per la modifica delle regole di gioco sarebbe invece meglio una maggioranza minima di due terzi) si parla da tempo ma la questione è diventata di più urgente attualità dopo le elezioni regionali del 23 e 24 novembre scorso in Veneto, Campania e Puglia. Mentre il Veneto è stato vinto a man bassa dalla destra la Campania e la Puglia sono state ancora una volta appannaggio della sinistra e con un vistoso aumento dei consensi, tanto da configurare per la Penisola una specie di pari e patta tra i due schieramenti: al Nord spadroneggia la destra, le regioni “rosse” (Toscana, Emilia-Romagna e Umbria) rimangono rosse e al sud la sinistra (capeggiata dal partito democratico, PD) va piuttosto forte.
Quando lo spoglio regionale in Veneto, Campania e Puglia era in corso ma il trend era chiaro Giovanni Donzelli – capogruppo di Fratelli d’Italia (il partito della Meloni) alla Camera – ha segnalato l’urgenza di rivedere il sistema elettorale. Ovviamente non ha detto che la mossa serve per aumentare le chances di vittoria della sua coalizione adesso il potere ma per garantire stabilità al Belpaese. In effetti nel 2022 questa coalizione ha vinto alla grande anche perché’ i due principali partiti d’opposizione – PD e Cinque Stelle – si sono presentati divisi e non intendono ripetere l’errore alla prossima chiamata alle urne.
A quanto è trapelato, la premier non vorrebbe soltanto cambiare la legge elettorale ritornando al proporzionale e introducendo il premio di maggioranza per la coalizione che arriva prima con almeno il 40% dei consensi e che otterrebbe il 55 per cento dei parlamentari ma progetta di ritornare alla carica nel 2026 con una riforma – ritenuta di carattere autoritario dalle opposizioni – che darebbe molti più poteri (troppi, dicono in tanti) al primo ministro.
Con la legge elettorale attualmente in vigore, un terzo dei parlamentari viene eletto in collegi uninominali con metodo maggioritario (passa il candidato della coalizione che prende più voti ed è qui che la destra rischia di perdere) mentre i restanti due terzi vengono scelti con metodo proporzionale.
