Nel 2026, a differenza del 2025, l’INPS non maltratterà più da figliastri i residenti all’estero che ricevono una pensione superiore alla minima: anch’essi avranno diritto alla rivalutazione degli assegni per effetto dell’inflazione.
I ritocchi sono esigui (l’inflazione è fissata ad un improbabile 1,4%…) ma è importante che sia caduta un’ingiusta, punitiva discriminazione.
Ma incominciamo dalla pensione minima. Vi ricordate di Silvio Berlusconi che ad ogni campagna elettorale prometteva di portarla a mille euro al mese? Be’, siamo ancora parecchio lontani: per il 2026 l’Inps l’ha aumentata a 611,85. Un incremento mensile di 8,45 euro per effetto dell’inflazione ufficialmente all’1,4%.
Bontà loro: nel 2026 le pensioni di importo pari o inferiore al trattamento minimo possono contare (come già successo nel 2025) su una “supervalutazione”, sono cioè rafforzate da un obolo aggiuntivo dell’1,3% e in totale si arriva quindi a 619,8 euro.
Le pensioni fino a 2.413,60 euro (quattro volte superiori alla minima) saranno anch’esse rivalutate al 100% dell’inflazione (+1,4%) mentre quelle comprese tra quattro e cinque volte il trattamento minimo (tra 2.413,61 e 3.017,00 euro lordi) recuperano il 90% dell’inflazione che scende al 75% per i trattamenti pensionistici superiori a 3.017,01 euro lordi al mese.
Alla luce della circolare in materia diffusa lo scorso 19 dicembre dall’ Inps i calcoli sono presto fatti: per un assegno di 900 euro l’aumento è di 12 euro, mentre per una pensione da 1.200 euro di 16. Una pensione da 2.500 euro verrà invece rivalutata di 34 euro e un assegno da 3.500 euro di 46 euro mensili. Meglio che niente…
