
di Elisa Sgubin | Rubrica Tendenze, Business, Cultura del Lavoro
Oggi gli uffici non sono solo luoghi di lavoro. Sono uno specchio della storia recente, dove si incontrano e si incrociano esperienze, visioni e linguaggi di ben cinque generazioni: dai Baby Boomer alla generazione Alpha, passando per Gen X, Millennial e Gen Z. Un vero laboratorio sociale quotidiano, che si estende da Londra a Berlino, da Milano a New York.
Le aziende stanno affrontando una trasformazione silenziosa ma profonda. Per la prima volta, coesistono al lavoro persone nate negli anni ’40 e ragazzi cresciuti con TikTok e l’intelligenza artificiale. E no, non è (solo) motivo di scontro: è anche un’occasione straordinaria di arricchimento reciproco, se si impara a leggere i segnali e ad adattarsi.
Cinque generazioni, cinque modi di intendere il lavoro:i Boomer (1946–1964) sono cresciuti con l’idea che il lavoro fosse identità. Fedeltà all’azienda, orari regolari, comunicazione faccia a faccia. Sono oggi dirigenti, primari, segretari generali e pilastri delle grandi istituzioni. Ma la rapidità delle tecnologie può lasciarli spiazzati. Eppure, la loro memoria istituzionale è un valore aggiunto insostituibile.
La Generazione X (1965–1980), figlia dell’autonomia e del pragmatismo, ha imparato a cavarsela da sola. Sa stare tra due mondi: è a suo agio con la tecnologia, ma ricorda anche il fax. Ha cercato l’equilibrio tra vita e lavoro prima che diventasse un argomento in voga. E oggi è spesso il motore principale dei livelli intermedi aziendali.
Poi ci sono i Millennial (1981–2000), eternamente sotto osservazione. Vogliono flessibilità, benessere psicologico e un lavoro che conti davvero. Cercano feedback, mentorship e un “perché” in ogni progetto. In loro convivono creatività e voglia di cambiamento, e non a caso dominano le industrie digitali, creative e socialmente responsabili (fonte: “Deloitte Gen Z & Millennial Survey”).
I Gen Z (dal 2001 in poi) sono nativi digitali puri. Hanno vissuto l’instabilità economica sin da giovani e puntano tutto su sicurezza, upskilling continuo e un equilibrio personale-professionale a misura propria. Spesso preferiscono la gig economy alle carriere tradizionali e vogliono un mondo del lavoro più inclusivo, fluido e umano (fonte: “EY research on generational dynamics”).
E infine, in arrivo: la Gen Alpha (2010–2024). Ancora sui banchi di scuola, ma già immersa nell’AI, nel linguaggio inclusivo e in un mondo iperconnesso. Secondo uno studio Visa, oltre il 70% sogna di essere imprenditore o creator. Le aziende dovranno prepararsi a lavori modellati su misura per questa nuova mentalità: flessibili, etici, tech-first (fonte: “Visa study on Gen Alpha”).
Nonostante le differenze anagrafiche, c’è un filo comune: la ricerca di significato. Solo che cambia la direzione in cui si guarda. I Boomer lo trovano negli obiettivi raggiunti. I Millennial nell’impatto sulla società. I Gen Z e Alpha nel benessere e nella sostenibilità (fonte: “EY research on generational dynamics”).
La tecnologia è il punto di frizione più evidente. Se Millennial e Gen Z si muovono con naturalezza tra riunioni su Zoom, piattaforme di project management e intelligenza artificiale, molti Boomer (ma non tutti) fanno ancora fatica a staccarsi dalla carta. Da questo divario nasce anche una grande opportunità.
Nel Regno Unito, in Germania e negli Stati Uniti, alcune aziende hanno iniziato a sperimentare il reverse mentoring: i giovani insegnano l’uso delle tecnologie ai senior, che in cambio offrono visione strategica e capacità decisionale. E i risultati si vedono (leggi: “Adaptavist survey”, FT).
Altri esperimenti riguardano la comunicazione: si tengono workshop per creare linguaggi comuni che aiutano a evitare fraintendimenti tra emoji, email troppo formali o troppo dirette.
In più, si ripensa la leadership: meno comandi verticali, più collaborazione orizzontale, ascolto e autonomia. Le nuove generazioni non cercano più figure autoritarie, ma leader carismatici capaci di offrire ispirazione, feedback e lavoro di squadra.
Nei settori bancari, legali e istituzionali, Boomer e Gen X restano fondamentali. Ma Millennials e Gen Z stanno imprimendo una nuova accelerazione: più agilità, più inclusività, più innovazione (fonte: “Deloitte Gen Z & Millennial Survey”).
Nelle start-up e nel tech, Millennials e Gen Z sono già protagonisti. Negli USA si muovono in ambienti più snelli, mentre in Europa città come Berlino e Stoccolma si stanno affermando come hub sostenibili e digitali.
In settori come retail e ospitalità, Gen Z e Millennials costituiscono la maggioranza. Ma affrontano salari bassi e contratti instabili, soprattutto in Europa. Negli Stati Uniti, i salari minimi più alti riducono solo in parte l’insoddisfazione (ricerca: “EY research on generational dynamics”).
E nei settori pubblici o manifatturieri? Lì serve un ricambio generazionale urgente. La popolazione europea invecchia e i giovani non bastano. I modelli ibridi e la digitalizzazione sono la via per accompagnare la transizione.
Il sociologo Mauro Guillén ha proposto di superare le etichette generazionali e guardare ai Perennials: persone che restano curiose, motivate e capaci di evolvere a ogni età. Non conta l’anno di nascita, ma la mentalità. Perché in fondo, la vera rivoluzione nel mondo del lavoro non è nei dati anagrafici, ma nella capacità di restare flessibili, empatici e interconnessi. E costruire un ecosistema professionale dove un cinquantenne e un ventenne possano sentirsi entrambi a casa.
In un mondo che cambia a ritmo accelerato, la sinergia tra generazioni non è più un lusso: è il cuore di qualsiasi azienda che vuole restare competitiva.
