Basta con le schede per posta: a partire dalla prossima consultazione elettorale (il referendum costituzionale sulla giustizia, in calendario per la prossima primavera) gli italiani all’estero potrebbero esercitare il diritto al voto soltanto in presenza, andando fisicamente in ambasciate e Consolati o “in altre sedi da loro garantite”.
Questa importante modifica viene caldeggiata in un ordine del giorno (ODG) alla Legge di Bilancio presentato dal deputato Andrea Di Giuseppe (Fratelli di Italia) e accolto dal Governo Meloni.
“È un passo di giustizia verso milioni di italiani all’estero. Il voto – ha commentato il parlamentare, eletto nella circoscrizione Centro e Nord America – è sacro. È la voce di ogni cittadino. E proprio per questo non possiamo più accettare che, fuori dai confini nazionali, quella voce sia esposta a dubbi, vulnerabilità e ingiustizie”.
Secondo Di Giuseppe “il sistema del voto per corrispondenza oggi lascia spazio a troppe criticità: rischi di brogli, plichi smarriti o intercettati, e soprattutto una domanda che nessuno dovrebbe mai porsi davanti a un’urna: chi ha davvero votato? E mentre crescono le segnalazioni di irregolarità, lo Stato spende circa 60 milioni di euro a consultazione, risorse che finiscono per pesare anche sui bilanci dei nostri Consolati”.
Con l’ODG approvato il 29 dicembre il parlamentare affiliato al partito della premier Giorgia Meloni è convinto di aver ottenuto “un impegno chiaro: il superamento del voto postale, per arrivare a un modello fisico, trasparente e controllabile, con sezioni elettorali nelle Ambasciate e nei Consolati o aree da loro garantite, come già avviene per le elezioni europee nei Paesi UE”.
Alle opposizioni il blitz della maggioranza sul voto all’estero non è ‘assolutamente piaciuto. Il deputato del Partito Democratico (PD) Toni Ricciardi lo ha definito un precedente “molto, molto grave”. A giudizio del parlamentare PD l’ordine del giorno accolto dal governo “mette mano alla legge elettorale a meno di 90 giorni da un voto”.
In effetti già lo scorso novembre il Partito Democratico aveva lanciato l’allarme in risposta ad una serie di indiscrezioni. “Prevedere come unica modalità il voto in presenza nei consolati – aveva messo le mani avanti Luciano Vecchi, Responsabile per gli italiani nel mondo del PD – renderebbe impossibile l’esercizio di un diritto costituzionale fondamentale ai milioni di concittadini che vivono lontano da essi nei cinque Continenti. Si tratterebbe di un altro passo del governo Meloni nell’opera di smantellamento dei più elementari diritti di cittadinanza delle comunità italiane nel mondo che dovrebbero invece essere considerate una risorsa fondamentale per il futuro dell’Italia”.
A favore del voto soltanto in ambasciate e consolati si è invece pronunciato l’’ex-giudice di Mani Pulite Antonio Di Pietro secondo cui il risultato referendum sulla giustizia potrebbe essere deciso (e non gli sembra giusto e corretto) dagli italiani all’estero. “Qui – argomenta l’ex-pubblico ministero – non stiamo parlando di elezioni parlamentari, dove una decina di parlamentari non sposta le maggioranze. Qui è un Sì o un No. Quei due milioni di voti possono spostare la percentuale e portare a una vittoria truccata”. A detta di Di Pietro, che si batte a fianco del governo per la separazione delle carriere in magistratura, “ci sono gruppi organizzati appartenenti a specifici partiti politici e sindacati che, con questo sistema del voto all’estero, stanno già organizzando le liste, le schede, le buste”. Quindi ci vuole – ha proposto – una soluzione drastica: “Si applichi al referendum lo stesso metodo di voto che si applica alle elezioni europee”, ovvero il voto in presenza presso consolati e ambasciate.
