
«Un omiciattolo con un nome certamente più lungo del suo corpo». Niente male come definizione, quella che Giordano Bruno, dopo che era già stato già bruciato sul rogo nel febbraio 1600, incassò in Inghilterra, dove aveva vissuto per due anni e mezzo, tra il 1583 e il 1585: «That Italian Didapper». Chi gli affibbiò tale definizione post mortem fu, nel 1604, un teologo anticattolico, George Abbot, che poi divenne arcivescovo di Canterbury, capo della Chiesa anglicana. Giordano Bruno (il Nolano, dalla sua originaria città di Nola) rispose per le rime. A Londra dette infatti alle stampe nel 1583 una serie di scritti accompagnati da una “Lettera al vicecancelliere dell’università di Oxford”, Thomas Thornton, nella quale, attaccando il vecchio stantìo insegnamento aristotelico di quella accademia, si profuse in una immagine partorita dalla sua fertile fantasia, non certo benevola contro gli esimi professori oxoniensi: «Non vorrei che, al modo che in tempo di inondazione, gli stronzoli degli asini dissero agli aurati frutti: “siamo anche noi pomi che galleggiano”, così a qualsiasi asino sia ora lecito opporsi, ragliando, alle mie tesi». Con il mondo intellettuale e politico inglese il filosofo che per primo aprì il pensiero all’universo infinito, ebbe uno scontro durissimo.
L’esperienza londinese di Bruno – come scrive Michele Ciliberto, professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa, nel suo Il sapiente furore, Vita di Giordano Bruno – «dal punto di vista personale e professionale, fu una lunga serie di scacchi, sconfitte, fallimenti…fu combattuto, osteggiato, perseguitato e addirittura sbeffeggiato, fin da quando mise piede in Inghilterra, dai dottori oxoniensi fino alla regina Elisabetta che, col tempo, sviluppò un disprezzo misto a timore verso quell’”omiciattolo” italiano. Ciò nonostante, in quel periodo, Bruno concepì alcuni dei massimi capolavori della filosofia moderna».
Il Nolano giunse a Londra costretto a lasciare Parigi per un (solito) strascico di polemiche, però aveva in mano una lettera di re Enrico III di Valois per l’ambasciatore francese Michel de Castelnau, presso la cui residenza a Butcher’s Row vivrà per tutto il tempo. La presentazione gli avrebbe aperto le porte dell’intellighenzia inglese, ma non andò come sperava. Ancor prima di arrivare, al segretario di Stato Francis Walsingham giunse una missiva dall’ambasciatore inglese a Parigi, di questo tenore: «Il signor dottor Giordano Bruno Nolano, professore di filosofia la cui religione non posso raccomandare, ha intenzione di passare in Inghilterra». Scontro religioso, innanzitutto, dato che in Francia Bruno si era scagliato contro il partito cattolico ma, per le sue posizioni radicali e anticristiane, non riuscì tuttavia a farsi amici gli anglicani.
Bruno, pieno di ambizioni, colse al volo la prima occasione, si intrufolò sgomitando al seguito di un voivoda polacco, un certo Laski, accolto con grandissimi onori a Oxford il 10 giugno 1583. Lì svolse una disputa con John Underhill, cappellano della Regina e «dette una immagine di teatralità e di arrivismo», come scrive Saverio Ricci nel suo Giordano Bruno e l’Europa del 500. Si fece notare, in effetti, e venne richiamato dal rettore Robert Dudley, 1st Earl of Leicester, a fare delle conferenze, ma fu un insuccesso clamoroso (così fu che la sua fama distorta arrivò fino al teologo George Abbot, di cui sopra). Un professore di Oxford lo accusò di plagio e così la sua carriera oxoniense fallì sul nascere e lui se ne tornò con le pive nel sacco a Londra, dove poco dopo pubblicò la Cena delle ceneri. Il testo – dove per la prima volta si parla di un universo infinito e della perdita di centralità della Terra, contro la teoria aristotelico-tolemaica – è un resoconto di una cena-dibattito avvenuta a casa di Fulke Greville. Bruno racconta – immagine metaforica – che nel recarsi a quell’appuntamento si perde, finisce «piantato in una fanga, che non possea ritarne fuora le gambe…sempre spaccando il liquido limo penetravamo fin alle ginocchia verso il profondo e tenebroso Averno».
Il libro fece un enorme scalpore negli ambienti intellettuali per il suo violento attacco contro la pedanteria di Oxford e in favore della novità del suo pensiero, dal quale non intendeva deflettere. Fu il filosofo fu costretto a ritirare la pubblicazione. Visto che i dottori inglesi lo avevano considerato – lui dice – «come un came rabbioso e infuriato», nell’opera successiva, De la causa, principio et uno, cercò di rimediare cambiando tono, ma l’avversione nei suoi confronti aumentò persino, sempre a causa delle sue posizioni scientifiche e teologiche e così cominciò a pensare che nemmeno in terra inglese avrebbe trovato fortuna, dopo la Svizzera e la Francia.
Anche a Londra, dopo Oxford, dunque, Giordano trovò un muro di resistenze e ostilità, anche dentro la corte, dove gli davano dell’«uomo bizzarro» o del «senza Dio, infedele ed empio». In questo clima di isolamento, aiutato solo dall’ambasciatore Castelnau, si dette per vinto? Neanche per sogno, anzi alzò la sfida scrivendo lo Spaccio della bestia trionfante, opera che affrontava di petto la questione religiosa o, meglio, politico-religiosa, cercando di fare breccia a corte con la proposta di una nuova legge e una nuova religione, di una renovatio mundi. Dedicò l’opera infatti a sir Philip Sidney, grande letterato legato a Elisabetta, ma non sortì l’effetto sperato. Persino la regina Elisabetta dichiarò il suo disappunto verso quel pensiero bizzarro, Così, lui esplose. Scrisse la Cabala del Cavallo Pegaseo, una sorta di favola con la quale definì l’Inghilterra «la patria dei maggiori asini del mondo». Scrisse e scrisse ancora, inesauribile, fino a compiere una grave gaffe, paragonando le vergini a funghi inutili e velenosi. E la Regina? Qualcuno gli fece sapere che se ne era risentita. L’aveva fatta grossa. Così il nostro si risolse a un ultimo atto, una Iscusazion del Nolano alle più virtuose e leggiadre dame e con ciò finì anche la parentesi inglese di un grande filosofo italiano.
