Per anni è stata una consuetudine, silenziosa e sdoganata. Italiani trasferiti nel Regno Unito da tempo, con famiglie, lavoro e anche cittadinanza britannica, hanno continuato a viaggiare, facendo avanti e indietro usando il caro e vecchio passaporto italiano. Una scelta pratica, tattica, talvolta dettata dal desiderio di saltare a piè pari la burocrazia o di non rimanere sprovvisti di documenti durante la richiesta del passaporto britannico. Finora ha funzionato. Dallo scorso 25 febbraio, però, non è più così.
A partire da quella data il Regno Unito applica in modo sistematico l’Electronic Travel Authorisation (ETA), un’autorizzazione elettronica necessaria per chi viaggia per soggiorni brevi in UK senza essere in permesso di permessi di soggiorno. L’ETA non è un visto, anche se a primo sguardo sembra strizzare l’occhio verso quella direzione, ma un permesso digitale legato al passaporto, valido fino a due anni (o fino alla scadenza del documento) e con un costo di 16 sterline. E di esso non ha bisogno chi in possesso di Settled Status o Indefinite Leave to Remain.
Il vero quid riguarda chi ha acquisito la cittadinanza britannica. La naturalizzazione, infatti, fa cadere automaticamente lo status precedente, settled status o Indefinite Leave to Remain che sia. Anche se nei sistemi digitali può ancora apparire come “attivo”, dal punto di vista legale non ha più valore. Il Regno Unito non considera più queste persone come migranti con un permesso di soggiorno, ma come cittadini a tutti gli effetti. È qui che con l’entrata in vigore generalizzata dell’ETA la vecchia abitudine di viaggiare con il solo passaporto italiano entra in crisi e inizia a essere zoppicante. Per fare chiarezza e capirne di più, ci siamo fatti aiutare da Flavio Zappacosta, responsabile per il Regno Unito e Irlanda di ENIT (Italian National Tourist Board), l’agenzia statale che promuove l’Italia come destinazione turistica all’estero.
L’ETA è riservata esclusivamente a chi non ha già il diritto di entrare nel Regno Unito. Un cittadino britannico, ipso facto, non può richiederla. Allo stesso tempo, non può nemmeno entrare come visitatore. Da ora quindi, non è più possibile presentarsi all’imbarco con un passaporto italiano legato al Settled Status o accompagnato da un’ETA: il sistema non riconoscerà né uno status di visitatore valido né quello di cittadino. Il risultato concreto, per molti, rischia di essere il blocco al check-in.
Le indicazioni delle autorità britanniche e degli esperti di immigrazione sono chiare. Chi possiede la cittadinanza britannica, anche doppia, dovrà dimostrare il proprio diritto di ingresso con un passaporto britannico valido oppure con un Certificate of Entitlement inserito nel passaporto straniero. Quest’ultima opzione è possibile, ma comporta costi onerosi e tempi dilatati rispetto alla richiesta di un passaporto britannico.
Molti naturalizzati, per tante ragioni, hanno finora rimandato questa richiesta, per timore di dover spedire l’originale del passaporto e restare temporaneamente senza documenti, con il rischio di non poter affrontare viaggi imprevisti o emergenze familiari. Esiste però una possibilità poco conosciuta: in situazioni urgenti, l’HM Passport Office può considerare e valutare domande senza l’invio del documento originale, sulla base di motivazioni documentate. Non è una procedura automatica, ma una deroga concessa caso per caso.
Le stesse regole valgono anche per i minori. Se sono cittadini britannici, devono viaggiare come tali. Il passaporto italiano, da solo, non sarà sufficiente nemmeno per loro.
L’introduzione dell’ETA rende evidente ciò che per anni è rimasto in secondo piano: la cittadinanza britannica non è solo un titolo simbolico, ma una condizione giuridica che comporta obblighi pratici. Da ora ignorarli non sarà più possibile. Chi non si adegua rischia di scoprirlo nel momento peggiore, davanti a un banco check-in, con un biglietto in mano e nessun documento valido per partire.
Emanuele Piva
