Riscoprire – o scoprire del tutto – una critica d’arte, Francesca Alinovi, che insegnava nel più creativo, spregiudicato, trasgressivo corso universitario dell’intera università italiana, il Dams – Discipline dell’arte, musica e spettacolo – di Bologna. Negli anni Settanta/Ottanta – quando vi insegnavano il semiologo Umberto Eco, l’etnomusicologo Roberto Leydi, lo scrittore Gianni Celati, il registra teatrale Luigi Squarzina, il designer Tomas Maldonado fino a Giampiero Cane, che ebbe la prima cattedra europea di jazz, per fare solo qualche esempio – il Dams era un laboratorio di idee straordinario. Per non parlare di chi veniva invitato alle lezioni (chiamarle lezioni forse è riduttivo), da Carmelo Bene a Bernardo Bertolucci.
In quel gran guazzabuglio di sperimentazione culturale, tra arte, musica, cinema, teatro, letteratura, si muoveva una giovane ricercatore parmigiana, Francesca Alinovi, anticonformista e piena di vita, che venne però uccisa all’età di 35 anni il 12 giugno 1983 da un suo allievo, Francesco Ciancabilla (secondo le sentenze, mentre lui, tornato libero da anni e ora pittore, nega tutto).
La storia della “visionaria, curiosa e carismatica” Francesca Alinovi – famosa per il suo lavoro sulla performance art e soprattutto per essere stata la prima in Europa a studiare in modo sistematico graffitismo e street – è diventata un libro scritto da Giulia Cavaliere, collaboratrice di varie testate, da Linus al Sole 24 ore, dal Domani a Chora Media, e presentato il 18 novembre scorso all’Istituto Italiano di Cultura di Londra da Ornella Tarantola, insieme con l’autrice e a Olga Campofreda, saggista di cultura pop, scrittrice. Il volume si intitola “Quello che piace a me”.
«Il titolo – spiega Cavaliere – è preso da una frase della stessa Alinovi e rappresenta bene il suo approccio non convenzionale, non ortodosso alla critica d’arte. La mia è stata una scoperta di una donna portabandiera della controcultura la cui attività è stata stroncata e della quale poi si è continuato a parlare più per la vicenda di un crimine, che per le sue ricerche».

Francesca Alinovi aveva scoperto per esempio i graffitisti americani come Keith Haring e li aveva fatti conoscere in Europa attraverso l’Italia. «La sua era una critica militante vissuta in prima persona. Andava a New York a conoscere sul campo queste novità artistiche, mettendo a rischio anche sé stessa. E’ attuale e molto interessante riscoprire per esempio la proposta di ibridazione tra diversi linguaggi, comprese le nuove tecnologie, che la rendeva estremamente innovativa».
Luigi Spezia
