Il povero italiano della strada ne avrà dei benfici dalla controversa riforma costituzionale della giustizia voluta dal governo Meloni che separa i magistrati giudicanti (i tribunali) da quelli inquirenti (le procure)?
La premier Giorgia Meloni assicura di sì e parla di “riforma storica”, l’opposizione – con in testa la leader del partito democratico Elly Schlein – la giudica invece un attentato alla democrazia perché punta a smantellare l’indipendenza della magistratura.
Ha ragione la Meloni o la Schlein? Tutti gli italiani, compresi quelli all’estero, potranno dire la loro tra marzo e aprile quando saranno chiamati a pronunciarsi sulla riforma tramite un referendum confermativo, necessario perché’ il parlamento l’ha sì votata in via definitiva lo scorso 30 ottobre ma con una maggioranza inferiore ai due terzi dei votanti.
Sappiate che tra le due opposte scuole di pensiero si posiziona la maggioranza degli esperti indipendenti: non prevedono alcun beneficio concreto per i mortali cittadini e sospettano che si tratti di un regolamento dei conti tra due poteri – l’esecutivo e il giudiziario – da almeno una trentina d’anni l’un contro l’altro armato. Con la riforma il governo vuol dare una bella regolata alla magistratura, in modo che non disturbi o disturbi meno il manovratore e cioè i politici.
Di sicuro la riforma costituzionale segna una svolta significativa nell’ordinamento giudiziario italiano, introducendo cambiamenti strutturali profondi volti a separare le carriere dei magistrati e a ridefinire il ruolo del Consiglio superiore della magistratura (CSM).
Il cuore della riforma risiede nella netta distinzione tra magistrati giudicanti e magistrati inquirenti. Tale separazione, che almeno a parole mira a garantire una maggiore autonomia e specializzazione di ciascuna funzione, prevede la creazione di due distinti organi di autogoverno: il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente. Ciascuno di questi organismi sarà responsabile per la gestione delle assunzioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e attribuzione delle funzioni per i magistrati di competenza.
Dal punto di vista operativo, i due nuovi Csm saranno presieduti dal Presidente della Repubblica, e includeranno membri nominati tramite un meccanismo innovativo: il sorteggio. Così da spezzare le reni alle varie correnti politiche in seno alla magistratura. Per un terzo, i componenti saranno selezionati da un elenco di professori universitari e avvocati con almeno quindici anni di esperienza, stilato dal Parlamento. Gli altri due terzi saranno estratti tra i magistrati giudicanti o richiedenti, a seconda dell’organo di riferimento.
Un’altra novità di rilievo è la creazione dell’Alta Corte disciplinare, organo indipendente con competenza esclusiva sulle questioni disciplinari che riguardano magistrati giudicanti e richiedenti. Attualmente, tali funzioni sono attribuite alla Sezione disciplinare del CSM. La nuova Alta Corte sarà composta da quindici giudici, selezionati attraverso un sistema misto: parte sarà nominata dal Presidente della Repubblica tra esperti in materie giuridiche, parte sorteggiata tra professionisti qualificati e magistrati con esperienza decennale. L’Alta Corte sarà anche dotata di un sistema di doppio grado di giudizio interno, composizioni differenti tra primo e secondo grado, per garantire imparzialità e trasparenza.
La riforma non sembra intaccare l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario, configurandolo come composto da due carriere distinte, ma i partiti d’opposizione si dicono convinti che il governo Meloni punta a mettere in un secondo tempo le procure sotto il controllo diretto dell’esecutivo orientandone le inchieste.

