“Francia o Spagna purché se magna”, dice un famoso (e cinico) adagio romanesco e di sicuro in Italia “se magna” molto bene, al punto che la cucina della Penisola – prima al mondo nella sua interezza – è stata inserita lo scorso 10 dicembre nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco, l’agenzia Onu per l’educazione, la scienza e la cultura. La cucina tutta: dallo spaghetto al tiramisù, dal risotto alla pizza, dalla polenta al prosciutto…
La decisione, presa dal Comitato intergovernativo UNESCO durante una riunione a New Delhi, “ci riempie d’orgoglio”, ha commentato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un videomessaggio e ha poi sottolineato: “Siamo i primi al mondo ad ottenere questo riconoscimento, che onora quello che siamo, che onora la nostra identità. Perché per noi italiani la cucina non è solo cibo, non è solo un insieme di ricette. È molto di più: è cultura, tradizione, lavoro, ricchezza. La nostra cucina nasce da filiere agricole che coniugano qualità e sostenibilità. Custodisce un patrimonio millenario che si tramanda di generazione in generazione. Cresce nell’eccellenza dei nostri produttori e si trasforma in capolavoro nella maestria dei nostri cuochi. E viene presentata dai nostri ristoratori con le loro straordinarie squadre”.
Giorgia Meloni spera che l’inserimento nel Pantheon dell’Unesco si riveli “uno strumento formidabile per valorizzare ancor di più i nostri prodotti, proteggerli con maggiore efficacia da imitazioni e concorrenza sleale”. “Già oggi – ha tenuto a rimarcare – esportiamo 70 miliardi di euro di agroalimentare, e siamo la prima economia in Europa per valore aggiunto nell’agricoltura. Questo riconoscimento imprimerà al Sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi
In genere in disaccordo su tutto, anche su che ora è, i partiti di governo e d’’opposizione hanno esultato all’ unisono – caso più unico che raro – in risposta al riconoscimento dell’Unesco (notizia non certo gradita ai cugini frenchies…). Nicola Carè, deputato del principale partito d’ opposizione, il Pd, non è stato da meno della Meloni. Ha parlato di un riconoscimento che “riempie d’orgoglio il nostro Paese e le comunità italiane nel mondo” e ha aggiunto: “Non è solo un tributo a piatti straordinari ma il riconoscimento di un modo di vivere che mette al centro la famiglia, la convivialità, il rispetto della terra e delle tradizioni, una vera lingua comune che unisce l’Italia dal Nord al Sud e che continua a vivere e a rinnovarsi anche grazie al contributo quotidiano degli italiani all’estero”.
Ma è davvero così? In realtà non manca chi avanza qualche riserva. Proprio a Londra, dove pure i ristoranti italiani pullulano, il ‘Times’ si è chiesto (e nella domanda è implicita la risposta): “Cosa rende la cucina italiana più meritevole di riconoscimento rispetto a quella spagnola, o ovviamente, a quella francese, che ha plasmato il modo in cui cuciniamo in tutto il mondo?”.
Altro distinguo sempre del ‘Times”: “non esiste un cibo “italiano”. Il Paese è iperregionale: un mosaico di tanti piccoli Paesi, ognuno con i suoi piatti tradizionali distintivi”.
La stoccata del giornale si completa con il commento di un noto storico della gastronomia italiana, il prof. Alberto Grandi, convinto che si promuove un’immagine di cucina “made in Italy” non più esistente: “on siamo noi, ma come ci vedono gli altri. Gli italiani mangiano in ufficio e per strada piuttosto che sotto i pergolati su tovaglie a quadretti, e siamo i maggiori consumatori di sushi in Europa”.

