
GRANDI ITALIANI & LONDRA di LUIGI SPEZIA
Il grande libertino, avventuriero, nonché letterato Giacomo Casanova, nella sua eterna ricerca di sfide e amori, poteva esimersi da andare in Inghilterra e in particolare a Londra?
Il nostro eroe approdò a Dover, dopo un paio d’ore di traversata, nel 1763, a 38 anni, pare anche alla ricerca di nuovi stimoli intellettuali in un Paese che stava esprimendo i fermenti dell’empirismo, da Locke a Hume. La sua prima impressione non fu delle migliori, come scrive nella dettagliata Storia della mia vita: «La visita dei doganieri fu noiosissima, offensiva, indiscreta…», ma lui non ebbe nessuna reazione perché «l’inglese che ha la legge dalla sua se é trattato male diventa molto più insolente del francese…qui tutti gli uomini hanno un carattere speciale, per cui si sentono superiori. Ma questo alla fin fine succede in ogni nazione». Dell’Inghilterra apprezza tuttavia «la grande pulizia, la ricchezza del cibo, lo splendore della campagna e la comodità delle strade».
Se la prima impressione fu contrastata, il finale fu invece piuttosto burrascoso, dato che un anno dopo essersela spassata lungo il Tamigi, il nostro – che a Londra si fa chiamare Seingalt – dovette darsela a gambe per scampare alla galera per truffa.
Ma ciò che interessa di più del Casanova londinese è che vi trascorse una delle sue avventure amorose più celebri e tormentate, quella con una cortigiana svizzera di soli 17 anni, Marie Anne Genevieve Augspurger, detta “la Charpillon” (epiteto rimasto misterioso). Una rocambolesca storia di attrazione fatale, fatta di delusioni, derisioni, dispetti, schiaffi, denunce e galera che Casanova ricorderà ancora come un’ossessione anni dopo, in una lettera ad una amica principessa: «Una donna al suo apparire mi colpisce, ma se non sto attento mi manda in estasi e sarei perduto. Potrebbe trattarsi di un’altra Charpillon…».
Casanova la incontra a Londra in casa di un ufficiale fiammingo, già l’aveva intravista in Francia. Lei si autoinvita a casa di lui e quando sa l’indirizzo, ricorda di aver visto appesa a quella porta un cartello: “Si affitta appartamento al secondo e terzo piano a giovane, sola e libera, che non riceva visite né di giorno né di notte “. La maliziosa Charpillon inizia ridendo a lanciare la sua ragnatela di inganni: «Volevo presentarmi per chiedere una stanza, così, per punire la sfrontatezza di chi aveva messo quel cartello, per fargli soffrire le pene dell’inferno facendolo innamorare. Come mi sarei divertita!». Casanova, colpito dalla bellezza e vivacità della ragazza, cade nella trappola: «Quel fatale giorno di settembre finii di vivere e cominciai a morire…la ragazza aveva deciso di rendermi infelice e per di più me lo aveva detto!».
Comincia un anno terribile, nonostante pranzi, cene, balli e persino un ricevimento a corte, dove Casanova conversa – almeno così racconta – con la regina cjava-scripte di Giorgio III, Carlotta di Meclemburgo-Strelitz.
Il libertino italiano pensa di poter «andarci a letto insieme» facilmente, ma la Charpillon lo ingannerà sempre. Nell’intrigo entra la zia della ragazza al quale il veneziano regala 100 ghinee per fabbricare un elisir di lunga vita, poi altre 100 alla madre perché le conceda la figlia e il momento sembra giunto quando viene allestita un’alcova a Chelsea, ma la Charpillon all’ultimo si nega e Casanova-Seingalt commette un brutto gesto, graffia la mancata amante raggomitolata nel letto. Durante il litigio (nelle memorie: «Non avevo mai usato violenza su una donna») le assesta anche «un sonoro schiaffone» e arriva a puntarle un coltello alla gola. Arriva a tanto perché si sente colpito nell’orgoglio dopo inutili tentativi di conquista, in cambio dei quali la Charpillon gli rifila solo rifiuti e sfacciate risate di scherno.
Così, disperato, Casanova decide di farla finita, vuol gettarsi nel Tamigi vicino alla Torre di Londra: «Animato non da collera o amore, ma dal più freddo ragionamento, mi recai a comprare tutte le palle di piombo che le mie tasche potevano contenere. Il piombo mi avrebbe portato subito a fondo. Riflettendo, era la decisione più saggia…dovevo solo punirmi del crimine di aver fermato il corso della vita a una creatura affascinante, nata per l’amore». Che infatti lo faceva con tutti, compreso il suo parrucchiere, tranne che con lui. Lo salva l’incontro fortunoso con un amico che incontra sul ponte di Westminster, un certo cavalier Egard «che si godeva la vita tra un’avventura e l’altra», il quale l’invita a pranzo (al celebre Cannon Coffee House di Cockspur Street, a Charing Cross). La scena da tragica si fa comica: «Dopo mezz’ora, non potendo camminare a causa del piombo, non mi reggevo più in piedi». Ma il mattino dopo è rinfrancato e va a Holborn per prendere un bill e far arrestare zie e madre della Charpillon per una questione di cambiali, poi però è lui a essere fermato in carrozza, «vestito in pompa magna» dopo una festa, «per ordine del Re».
In udienza il giudice sentenzia: «Signor Casanova, veneziano, lei è condannato a essere rinchiuso nelle prigioni del Re per tutto il resto dei suoi giorni». La Charpillon l’aveva denunciarlo per averla sfigurata (dopo di lei, intanto Casanova aveva avuto storie con cinque sorelle tedesche, una dopo l’altra). Lui protesta: «È una calunnia», ma viene portato al carcere di Newgate (che poi apparirà in molti racconti di Charles Dickens), «dove venivano rinchiusi i criminali più miserabili e abbietti di Londra». Vi rimane poche ore perchè gli hanno trovato dei garanti, ma tempo dopo rischia davvero per una truffa: per un credito di gioco, aveva accettato una lettera di cambio falsa e l’aveva portata a un banchiere di Lombard Street, il quale lo vuol denunciare se non gli restituisce 520 ghinee. Lui ricorda: «Davanti agli occhi vedevo la forca, ormai non avrei potuto evitarla». In fretta e furia salpa da Dover con l’aiuto di un italiano conosciuto a Newgate. Verso la Germania, verso nuove avventure.
