Passa sotto controllo straniero un altro simbolo del “made in Italy”: la celebre Moka Bialetti, quella che ha l’omino con i baffi come logo, usata da quasi 90% delle famiglie della Penisola per preparare un buon caffè. Se l’è comprata un magnate cinese di Hong Kong, Stephen Cheng, tramite una sua società con base a Lussemburgo. Il contratto di compravendita, perfezionato a metà aprile e pienamente operativo da giugno, ha portato all’uscita dell’azione Bialetti dalla Borsa di Milano dove era quotata dal 2007.
Questa storia industriale tutta italiana adesso al tramonto incomincia nel 1919 quando Alfonso Bialetti apre un’officina per la produzione di semilavorati in alluminio a Crusinallo, piccola frazione di Omegna (Verbano-Cusio-Ossola). Quattordici anni dopo il salto di qualità: l’imprenditore lombardo si mette a produrre la Moka in alluminio sulla base di un modello di sua invenzione. In patria il successo è immediato e a partire dal 1947 diventa mondiale quando Renato Bialetti, figlio di Alfonso, ne avvia l’esportazione.
Sulle ali della pubblicità in Tv, trainata dall’omino con i baffi introdotto nel 1952, la Moka (così chiamata dal suo inventore in riferimento a Mocha, città dello Yemen, Paese che è un importante produttore di caffè) rimane sulla cresta dell’onda fino agli Anni Settanta. Dopodiché’ si alternano alti e bassi perché’ nel frattempo si fa agguerrita la concorrenza dei produttori di analoghe caffettiere più economiche (anche “made in China”…).
Nel 1986 la Bialetti è ceduta una prima volta (alla Faema) e nel 1993 finisce sotto il controllo della famiglia Ranzoni che nel 1998 da’ vita ad un nuovo gruppo, la Bialetti Industrie, venduta adesso ai cinesi.
“Ho acquistato questo meraviglioso marchio più di 30 anni fa. Oggi Bialetti è una realtà internazionale con un grande potenziale”, ha dichiarato Francesco Ranzoni, presidente di Bialetti Industrie, che ne ha negoziato la cessione del 59% delle azioni per 47 milioni di euro alla Lussemburghese Nuo Capital di Cheng.
Per l’azienda della Moka la sfida più grossa è adesso rappresentata da Nespresso e dalle altre caffettiere a capsula che conquistano fette sempre più importanti del mercato.
La transazione è complessa perché’ si tratta anche di risolvere il problema di un consistente indebitamento (in parte accumulato durante la stasi economica provocata dal Covid) ma Tommaso Paoli, Ceo di Nuo Capital, assicura: “L’obiettivo è una nuova fase di crescita per un marchio storico della cultura e della tradizione italiana”.
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